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domenica, 13 maggio 2007

Brrr... che freddo !

Per quel che ricordo dentro l'abitato di Ceglie Messapica c'erano almeno tre neviere, una su via Martina, dove c'è la scuola elementare, l'altra in piazza della Repubblica (c'è proprio via Neviera) ed un'altra sulla via di Villa Castelli oggi trasformata in un deposito prodotti del suolo. Ma ce n'erano anche tante in campagna. Ne ricordo una in località Genovese barbaramente occlusa poco tempo fa e poi quest'altra il località Selva. E' profonda oltre venti metri.  Un altro pezzo di storia locale in stato di completo abbandono.

Sequenza-1
Carissimo Domenico, ti invio un articolo di circa cinque anni fa apparso su brecce, denunciava proprio quel misfatto, da te ricordato, perpretato a danno della Neviera in contrada Genovese, era splendida; pare che i proprietari la buttarono giù senza pensarci molto... grande intelligenza, grande sensibilità, Se sapessimo chi è il proprietario...


brecce cantiere sociale
di
Tatiana Elia e Patrizio Suma

Questo articolo è dedicato a coloro che molto tempo fa abitavano la nostra terra, antichi contadini i quali riuscirono a trasformare la pietra che la natura aveva fornito loro in abbondanza, in materia preziosa. Profeti della Pietra per la loro innata capacità di vedere oltre ciò che in realtà costituiva un problema per loro, per il loro lavoro. Sassi, pietre, materia prima con la quale il nostro paesaggio cominciò ad animarsi di quell’originale disegno dei campi formato dall’intrecciarsi dei muretti a secco dalla presenza dei trulli, dal sistema difensivo del paretone e delle specchie. Una tecnica edilizia immutata quella della lavorazione in pietra sia a secco che con l’utilizzo di malta di bolo, che non ha risentito del fascino degli stili architettonici della città moderna, una tecnica espressione dell’arte e dell’istintività dell’uomo dei campi. La pietra dura, ostacolo al lavoro, diviene riparo, ambiente di vita, architettura. Tra le altre con questa tecnica sono state realizzate le neviere, ambiziose costruzioni di pianta quadrata o rettangolare, fornite di tetto spiovente a copertura di una cavità naturale di un pozzo la cui larghezza definiva la perimetrazione della struttura. Queste neviere, servivano alla conservazione della neve che li veniva raccolta durante l’inverno, pigiata con l’aiuto di bastoni e dei piedi, affinchè si cementificasse. Il ghiaccio che sarebbe stato utilizzato durante la stagione calda veniva ricoperto da strati di paglia per evitare sbalzi termici e per allungare i tempi della conservazione. Per accedere al pozzo, vi era un’apertura spesso formata da un’architrave spezzata da due blocchi monolitici verticali. Queste costruzioni erano di solito di proprietà del comune e sorgevano nei pressi di masserie. A Ceglie le neviere, come ricorderanno i più anziani, erano tante. Una di queste ormai scomparsa ha dato persino il nome ad una strada tuttora esistente, Via Neviera. Oggi, ne rimangono ben poche, molte sono state abbatute e tra le poche esistenti alcune sono sepolte da rovi e rampicanti, altre sono murate e comunque tutte presentano condizioni di forte degrado. E’ molto difficile ricostruire la storia delle neviere cegliesi, le poche notizie sono state raccolte da fonti orali. Non è certa la loro data di nascita e di diffusione ( se ne ha notizia a partire dal settecento) né il loro luogo di origine, infatti sono presenti non solo nella nostra campagna ma in molte zone della Puglia della Sardegna della Liguria. Solo qualche mese fa nell’agro di Ceglie una neviera è andata distrutta, crollata da sola? Improbabile, forse abbattuta nel silenzio di chi non ha visto o di chi ha visto ma non ha avuto la cura di denunciare, o perlomeno di avvertire le Autorità Comunali. Sorgeva in contrada Genovese sulla via per Cisternino a circa due Km. dalla zona urbana, visibile dal Monterrone. Da una breve ricerca sul territorio è risultata essere quella tra le rimanenti, che presentava le migliori condizioni di conservazione relative alla statica e alla presenza di vegetazione infestante. Oggi ciò che resta è un fossato pieno di macerie. Il comando di Polizia Municipale dovrebbe vigilare per la tutela e la sicurezza del patrimonio, dell’ambiente e del territorio, almeno così recita il regolamento, ma quanto in realtà viene fatto? E’ grave ed imbarazzante prendere coscienza di quanto poco si è legati alla propria terra, e constatare che i trulli, i muretti, i casini e le neviere ritornano alla loro origine, pietre sulla terra rossa. Il termine cultura si sa crea meraviglia e imbarazzo soprattutto a coloro i quali ignorano che anche una neviera è cultura, il vissuto di chi ci ha preceduti testimoniato da ciò che di loro è rimasto è cultura. Un patrimonio dunque da salvare per la memoria del passato ma anche per il futuro, un patrimonio che rende il nostro paese testimone di un’eredità preziosa lasciata a noi dai Profeti della Pietra. Per quanto tempo ancora?
postato da: biondidomenico alle ore 12:53 | link | commenti (3)
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Commenti
#1   13 Maggio 2007 - 21:44
 
Carissimo Domenico, ti invio un articolo di circa cinque anni fa apparso su brecce, denunciava proprio quel misfatto, da te ricordato, perpretato a danno della Neviera in contrada Genovese, era splendida; pare che i proprietari la buttarono giù senza pensarci molto... grande intelligenza, grande sensibilità, Se sapessimo chi è il proprietario...

mdreus


I PROFETI DELLA PIETRA
brecce cantiere sociale
di
Tatiana Elia e Patrizio Suma

Questo articolo è dedicato a coloro che molto tempo fa abitavano la nostra terra, antichi contadini i quali riuscirono a trasformare la pietra che la natura aveva fornito loro in abbondanza, in materia preziosa. Profeti della Pietra per la loro innata capacità di vedere oltre ciò che in realtà costituiva un problema per loro, per il loro lavoro. Sassi, pietre, materia prima con la quale il nostro paesaggio cominciò ad animarsi di quell’originale disegno dei campi formato dall’intrecciarsi dei muretti a secco dalla presenza dei trulli, dal sistema difensivo del paretone e delle specchie. Una tecnica edilizia immutata quella della lavorazione in pietra sia a secco che con l’utilizzo di malta di bolo, che non ha risentito del fascino degli stili architettonici della città moderna, una tecnica espressione dell’arte e dell’istintività dell’uomo dei campi. La pietra dura, ostacolo al lavoro, diviene riparo, ambiente di vita, architettura. Tra le altre con questa tecnica sono state realizzate le neviere, ambiziose costruzioni di pianta quadrata o rettangolare, fornite di tetto spiovente a copertura di una cavità naturale di un pozzo la cui larghezza definiva la perimetrazione della struttura. Queste neviere, servivano alla conservazione della neve che li veniva raccolta durante l’inverno, pigiata con l’aiuto di bastoni e dei piedi, affinchè si cementificasse. Il ghiaccio che sarebbe stato utilizzato durante la stagione calda veniva ricoperto da strati di paglia per evitare sbalzi termici e per allungare i tempi della conservazione. Per accedere al pozzo, vi era un’apertura spesso formata da un’architrave spezzata da due blocchi monolitici verticali. Queste costruzioni erano di solito di proprietà del comune e sorgevano nei pressi di masserie. A Ceglie le neviere, come ricorderanno i più anziani, erano tante. Una di queste ormai scomparsa ha dato persino il nome ad una strada tuttora esistente, Via Neviera. Oggi, ne rimangono ben poche, molte sono state abbatute e tra le poche esistenti alcune sono sepolte da rovi e rampicanti, altre sono murate e comunque tutte presentano condizioni di forte degrado. E’ molto difficile ricostruire la storia delle neviere cegliesi, le poche notizie sono state raccolte da fonti orali. Non è certa la loro data di nascita e di diffusione ( se ne ha notizia a partire dal settecento) né il loro luogo di origine, infatti sono presenti non solo nella nostra campagna ma in molte zone della Puglia della Sardegna della Liguria. Solo qualche mese fa nell’agro di Ceglie una neviera è andata distrutta, crollata da sola? Improbabile, forse abbattuta nel silenzio di chi non ha visto o di chi ha visto ma non ha avuto la cura di denunciare, o perlomeno di avvertire le Autorità Comunali. Sorgeva in contrada Genovese sulla via per Cisternino a circa due Km. dalla zona urbana, visibile dal Monterrone. Da una breve ricerca sul territorio è risultata essere quella tra le rimanenti, che presentava le migliori condizioni di conservazione relative alla statica e alla presenza di vegetazione infestante. Oggi ciò che resta è un fossato pieno di macerie. Il comando di Polizia Municipale dovrebbe vigilare per la tutela e la sicurezza del patrimonio, dell’ambiente e del territorio, almeno così recita il regolamento, ma quanto in realtà viene fatto? E’ grave ed imbarazzante prendere coscienza di quanto poco si è legati alla propria terra, e constatare che i trulli, i muretti, i casini e le neviere ritornano alla loro origine, pietre sulla terra rossa. Il termine cultura si sa crea meraviglia e imbarazzo soprattutto a coloro i quali ignorano che anche una neviera è cultura, il vissuto di chi ci ha preceduti testimoniato da ciò che di loro è rimasto è cultura. Un patrimonio dunque da salvare per la memoria del passato ma anche per il futuro, un patrimonio che rende il nostro paese testimone di un’eredità preziosa lasciata a noi dai Profeti della Pietra. Per quanto tempo ancora?

utente anonimo

#2   13 Maggio 2007 - 22:24
 
Qualcosa di documentato sulle neviere comunque c'è. Un articolo su un vecchio numero dell'Umanesimo della Pietra. Si riferiva alle neviere di Cisternino o Locorotondo. Era comunque ben documentato.
utente anonimo

#3   13 Maggio 2007 - 23:07
 
Qualche deduzione soltanto perchè non sono in possesso di documentazione. La neviera descritta nell'articolo di Brecce l'ho vista prima che fosse distrutta. Mi sembra la fotocopia di quella che ho fotografato. Quest'ultima è distante più di tre chilometri dall'abitato di Ceglie. Possiamo dire che erano quattro se facciamo mente locale e consideriamo le dimensioni del borgo settecentesco. Penso che la neve accumulata non servisse per le esigenze dei cegliesi. Ho constatato inoltre che la neviera di affaccia sul percorso della via della transumanza che dalle murge portava alle pianure salentine. Penso che in estate esportavamo il ghiaccio nella pianura salentina utilizzando quel tratturo.
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